Le origini del libro: è tempo di una nuova stagione?

Succede che il professor Sandro Castaldo di Bocconi mi chiede se sono interessato a scrivere un libro per Egea sul tema dei social media nelle organizzazioni. Succede che senza sapere cosa, come e perché avrei scritto e soprattutto se ne sarei stato capace, dico di sì. Avevo appena finito di leggere American Nerd di Benjamin Nugent e allora mi sembrava quasi necessario scrivere qualcosa sul tema. Ma pensavo un post, non un libro. Succede che dopo qualche riunione, un bell’incontro con Alessia Uslenghi che poi sarebbe diventata la mia editor, una traccia molto lontana dal concetto di indice, la mia idea viene approvata. Adesso scrivi Nic. Ho iniziato il giorno di Pasqua davanti alla pagina bianca, scrivendo con il pc messo su due assi appoggiate a un cavalletto perché una scrivania non ce l’ho. Ci sono volute notti e soprattutto albe, domeniche e giorni di festa e treni e aerei e luoghi assolutamente improbabili. E’ stato un viaggio bellissimo, dove ho incontrato persone e cose inaspettate eppure erano tutti lì ad aspettare me. E come accade quando fai un viaggio dove la meta conta almeno altrettanto quanto il viaggio sono arrivato dove non immaginavo.

Perché il discorso sui social media e le organizzazioni racchiude non solo una chat o una bel wiki, ma il “che cosa” siano le organizzazioni e soprattutto “chi siano” le persone che le animano e se alla luce del momento storico che stiamo vivendo non sia – forse – arrivato il tempo di una nuova stagione sociale dove la coincidenza della parola “sociale” con la “parola” media non è affatto accidentale, nonostante le scaltrezze del marketing. Forse è davvero arrivato il punto di non ritorno in cui possiamo portare il nostro senso estetico, la consapevolezza della nostra tranquillità o della nostra ambizione, il nostro presente e il nostro passato nel nostro (non)* luogo di lavoro e, anziché riservare quell’amore e quella passione solo alla preparazione del ragù della domenica e alla sua condivisone con i soliti noti, applicarla anche alla relazione professionale con gli altri.

Theapprentice1

C’è qualcosa che non mi torna. Da un lato siamo cresciuti a bordate di “tanti nemici, tanto onore”, di riferimenti all’arte della guerra, impegnati a farci maestri di una cultura dell’egoismo mentre combattiamo battaglie di altri costruite a beneficio del nostro immaginario. Dall’altra ci pavoneggiamo dei nostri 200.000 follower, delle nostre schiere di amici su questo o quel network. A ben vedere impegniamo molto più tempo a prenderci la rivincita verso il collega premiato al posto nostro anziché lavorare per il bene dell’organizzazione in cui siamo. Continuiamo imperterriti nel supportare il modello di una società dei consumi che è la stessa che ci sta stremando con le sue creazioni e le sue infezioni finanziarie e, non soddisfatti, adoriamo il successo e i modelli rappresentati da quegli stessi personaggi che hanno fatto e stanno facendo la loro “fortuna” sulle nostre spalle. Rigorosamente condividendo ogni “like”.

E se ci fosse un’altra strada? E se invece di questa cieca propensione alla competizione fratricida si potesse costruire il futuro basato su un nuovo scenario collaborativo? La storia del mondo è fatta di ladri, di truffatori, di guerre e predominio, è vero, ma anche di convinzioni idiote. Del resto anche di Swissair o di Lehman Brothers si diceva che non sarebbero mai fallite. Del resto anche di Tanzi o di Madoff si elogiava la grande capacità imprenditoriale. E invece, guarda un po’.

Date un’occhiata all’immagine di Briatore e di quelli che gli stanno alle spalle, non vi sembra siano di un epoca preistorica? Non vi sembra che il look, i linguaggi, la logica della sfida siano la definzione grafica di “anacronismo”? Eppure sono andati in onda proprio ieri. Vogliamo ancora crederci? Forse è arrivato il momento di smettere. Di questo e di altro ho scritto in “Lavorare o collaborare?”.

* Ho dedicato un intero capitolo all’esplorazione dei “non” luoghi di lavoro.

 

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