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Il tema se le ragazze possano scrivere codice o meno non si pone. Possono. La domanda è: sanno di poterlo fare?

“Compratene una copia e portatelo all’insegnante dei vostri figli (sin dall’asilo), alla nonna che vi deve dare una mano a crescere i nipoti, a dei neo genitori come regalo
per il loro futuro, all’AD di un’azienda e alla responsabile delle risorse umane”.

(recensione su Amazon).

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«Non è necessario che le ragazze si iscrivano». Questa frase campeggiava su un cartello che nel 2009 faceva bella mostra di sé all’Università della California. Per quanto offensiva possa sembrare, non è una pratica così inusuale tenere le donne fuori da faccende che gli uomini giudicano molto maschili come le scelte formative legate alle discipline STEM: Science, Technology, Engineering, Mathematics. E mentre le ragazze sono «indirizzate» a occuparsi d’altro, non possiamo nemmeno immaginare, perché non abbiamo mai davvero potuto metterlo alla prova, un sistema socio-economico-politico globale realmente paritario. Reiteriamo lo stesso modello di cui siamo figli e in cui da un lato c’è «la società» e dall’altro centinaia di iniziative «al femminile», come se la società e la società al femminile fossero entità separate.

Ma qui non si tratta di studiare un algoritmo. Qui si tratta di sfruttare il talento, la conoscenza, la capacità, il merito, la diversità, nell’interesse di tutti. Non è la conquista di posizioni di potere e di leadership: è la scommessa del cambiamento proposto dalla società digitale, con tutti i suoi limiti e iperboli ma anche con quelle che sembrano essere oggettive opportunità-di-pari-opportunità, abilitate dall’apparente asessualità del codice binario.

La svolta è possibile, se le ragazze adesso, immediatamente, capiscono che sta a loro scegliere di percorrere strade in cui la necessità di competenze e capacità è semplicemente, oggettivamente maggiore e più urgente del retaggio della discriminazione. Alla nascente industria del digitale, dell’analisi dei dati, dei modelli predittivi servono scienziati preparati, intelligenti, in grado di cambiare i paradigmi e, perché no?, portatori di quella competenza, propria del femminile, che si forma nell’abitudine a occuparsi delle cose della vita, a saperci stare dentro.

Il tema se le ragazze possano scrivere codice o meno non si pone. Possono. La domanda è: sanno di poterlo fare? Sanno che cosa si nasconde dietro a questa possibilità? Dobbiamo dirlo loro e, prima ancora, ai loro genitori, chiamati a raccontare alle proprie figlie che sono portate e geneticamente qualificate per un lavoro alternativo a quello cui in genere paiono destinate.

Di questo e di molto altro scrivo ne “Le infiltrate”, in libreria dal 28 aprile.

Boomerang background

Book_boomerang_altaTerminando la stesura di “Lavorare o Collaborare?” stavo immaginando cosa avrei voluto scrivere successivamente se – ancora – Egea mi avesse chiesto un nuovo titolo. In realtà Boomerang era già lì. La ricerca di “Lavorare o Collaborare?” mi aveva portato a rileggere un piccolo/grande libro rimasto impilato nello scaffale, scritto a due mani da James Hillman e Michael Ventura intitolato “Cent’anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio”. In quel libro si sosteneva che la terapia avesse infine fallito occupandosi dell’individuo e trascurando la collettività. E la tecnologia allora? A me non pareva, infatti, che nonostante gigabyte e cloud e device 3D e Gglass e bigdata il mondo e i suoi abitanti si sentissero davvero “felici”, così come molte delle persone in psicoterapia in giro per il mondo. Che le paure non fossero diverse da qualche decennio fa: fame, malattie, guerre, povertà, migranti, ecodisastri, attentati. Tutte parole all’ordine del giorno, in prima pagina, sui quotidiani del pianeta. Alla tecnologia è stato assegnato un ruolo che non le compete, facendone quasi una divinità con poteri infallibili venerata dalla collettività (dai media, dagli spender) senza una verifica sull’individuo e al tempo stesso sui reali benefici verso la collettività. Alla faccia del nostro proclamare l’evoluzione digitale, la parola tech-startup ogni due per tre, i record di miliardi di app scaricate, i dibatitti sul successo delle campagne di social media marketing. Come se in nome e in un credo di un futuro battezzato come ineluttabile non ci fosse nemmeno lo spazio per verificare lo stato di questa traiettoria che tutti proclamano come irrinunciabile, definitiva, irreversibile. In primis gli “influencer” lì a contendersi qualche follower su Twitter e qualche like su Facebook.

Boomerang non è un libro contro la tecnologia. Anzi. E’ un appello in sua difesa e contro il suo abuso.

Abbiamo passato l’intero dopoguerra ad accettare qualsiasi stream innovativo come benedetto da un necessario bisogno di crescita e di benessere economico (e di conseguenza) sociale. Senza preoccuparci poi tanto degli effetti generati dall’adozione di quella innovazione. Uscivamo dalla paura dello sterminio e dalla sua conseguente depressione, abbiamo tremato per anni sotto la cappa dell’olocausto nucleare. Cosa ci avrebbe potuto fare un tetto di amianto sulla testa? Come avremmo potuto rinunciare a qualche litro di benzina dentro le nostre utilitarie? Che male ci avrebbe mai potuto fare un catino in Moplen? Ma l’evoluzione ha preso una spirale velocissima e l’avvento di Internet, forse l’ultima vera invenzione di portata epocale, ha trasformato – questa volta per davvero – il metaforico battito delle ali della farfalla a Nuova Delhi in una catastrofe a Francoforte. La tecnologia è neutrale dicono e hanno ragione, lei cosa ne può: di certo però non sono neutrali gli uomini e l’uso che ne fanno. Poi ho iniziato a rileggere Ceronetti e, in particolare, “Ti saluto mio secolo Crudele, mistero e sopravvivenza del XX Secolo”…

Boomerang è nato così: tra incontri, discussioni, osservazioni, letture e una percezione sullo stato delle cose. Ci sono voluti più o meno un paio d’anni per raccogliere le idee e il materiale e 6 mesi per scriverlo (nella maggior parte dei casi durante un viaggio) nella forma in cui lo leggerete. La contemporaneità di molti argomenti e il succedersi quotidiano degli eventi (si chiama vita), mi ha obbligato a un continuo lavoro di aggiunta, aggiornamento e revisione e qualche volta anche ad anticipare i fatti. Avevo scritto del riflusso nazionalista in Europa, in Francia soprattutto, e l’elezione di Marine Le Pen non ha fatto che confermare le cose scritte qualche mese prima. Marine Le Pen, poi, abbiamo fatto in tempo a citarla nel libro. Dico “abbiamo” perché questa contemporaneità del libro è stata anche una delle dannazioni di Alessia Uslenghi nel suo lavoro di verifica delle fonti. Come al solito la stesura finale ha avuto il suo beneficio – quello della “mia” editor – che ha fatto un lavoro straordinario al di là della semplice definizione professionale la cui verifica delle fonti è solo uno dei compiti e di certo non il più importante. Questo lavoro avrebbe dovuto intitolarsi “Cent’anni di tecnologia e il mondo va sempre peggio”, parafrasando in toto il libro di Hillman e Ventura, ma l’editore voleva un titolo secco. Boomerang mi è sembrata la miglior sintesi per provare a raccontare la non neutralità dei nostri gesti, gli effetti delle nostre traiettorie.

L’innovazione di queste traiettorie non è tanto nella prossima eclatante scoperta tecnologica o scientifica. A mio avviso è nel più noioso (da raccontare, da sostenere, da vendere) saper immaginare le ricadute positive a lungo termine per il pianeta e la collettività. La sostenibilità dell’ecosistema e quella dei principi fondanti delle persone (il lavoro, il rispetto dei diritti umani ad esempio) sono gli ambiti dove – provate adesso, in questo momento, a leggere un qualsiasi quotidiano e verificare – c’è ancora tutto da inventare. La sfida è farlo in maniera contemporanea, coinvolgendo ricerca, business, finanza, mercati, governi in una visione d’insieme. L’innovazione vera è qui.

Oltre ad Alessia e ai tanti che mi hanno aiutato a inquadrare lo scenario e che ho citato nelle pagine finali, voglio ringraziare ancora una volta e pubblicamente Michael Ventura che non solo ha risposto a una mia mail senza sapere nulla di me, ma si è anche preso la briga di scrivere un piccolo update apposta per Boomerang. James Hillmann purtroppo è morto qualche anno fa e non c’è stato modo di chiedere anche la sua opinione. Sarebbe stata interessante come al solito.

Ultimo, ma non meno importante, i diritti d’autore di “Boomerang” verranno devoluti interamente ed equamente divisi tra Bambini nel deserto e Podisti da Marte.

Buona lettura.

WOBI/day1: alla ricerca della polvere di stelle

martingCala il sipario sul chilometrico palco della prima giornata del World Business Forum di Milano, un palco più adatto forse alle corse di un rocker che alle passeggiate degli influencer, e si porta via il milione di parole dei relatori di oggi snocciolate da sette-speaker-sette agli oltre 2000 spettatori presenti in sala. Il filo conduttore che ha legato gli interventi di oggi – tranne quello di Gerard Schroeder keynote in conclusione di serata che racconta dell’inversione di tendenza della Germania di dieci anni fa (domani sarà André Agassi, come dire un dritto e un rovescio ma tant’è la formula di questi eventi) – è stato forse quello di stressare con modalità e linguaggi diversi eppure, a ben vedere, molto simili la presenza nell’aria di quella polvere di stelle capace di trasformare le opportunità in successo, le possibilità in business.

Lo si percepisce fin dal mattino con l’urlato speech di Tom Peters che dall’alto dei suoi 71 anni suonati, navigatissimo showman del pensiero, scorazza – lui sì come un vero rocker  per il palco neanche fosse Chuck Berry – a incitare la scoperta del senso dietro l’ovvio. “Il miglior mercato è quello in cui sei il migliore a fare una cosa”. Ma va? Eppure… Kevin Roberts mette tutta la sua neozelandesità nel sembrare davvero di un altro mondo, ma i principi che incatena sono tutti carichi di un senso molto comune, molto più di quanto si cerchi di condirli attraverso il loro non senso. Benvenuti (erano gli Anni ’90 però) nel mondo VUCA (Volatile, uncertain, complex, ambiguous) e la ricetta per comandarlo è saper leggere tra le righe usando i codici della comunicazione tradizionali (sorprendi, sposta il centro d’attenzione, ribalta i paradigmi). Al di là di Ainio e Korsten (di cui ho detto in un altro post) e Luke William (deludente sentirlo ancora oggi citare “Facebook è la terza nazione del mondo” e tutte le considerazioni correlate a cascata; forse ci aspettiamo qualche considerazione più interessante a questo livello) l’intervento di Martin Lindstrom, tutto sommato, è quello che ha interessato di più non tanto perché in sé racconti qualcosa di particolarmente nuovo, ma perché si percepisce chiaramente tutta la parte di ricerca (psicologica, sociologica e soprattutto neurologica) esperienziale che sta dietro al suo approccio di marketing. Ne viene fuori uno speech che come gli altri viaggia tra ironia, effetto wow e coinvolgimento del pubblico, ma che narra dell’importante verità del caso e dell’irrazionalità, del Cigno Nero per dirla alla Taleb, fino a ricordare parole come “amore” parte della ragione delle scelte. Compiamo azioni irrazionali eppure prevedibili e gestibili. La comunicazione è una scienza baby e Lindstrom lo spiega in maniera decisamente efficace. Del resto se non approfondissimo queste parole, tutti i ragionamenti fatti (e condivisi dalla platea con ampi cenni di assenso) su imperativi come “partecipazione attiva dei propri clienti in una forma collaborativa” o “capire e coinvolgere i propri clienti come individui piuttosto che come segmenti di mercato” farebbero fatica a trovare un loro contesto di applicazione.

Quella polvere di stelle, quella scossa che appare dietro l’angolo e che tutti sul palco si sforzano di far apparire attraverso un ologramma di parole, di far percepire è una luce che sta dentro il sé delle organizzazioni e delle persone che le governano. Tutto sommato concordo sul fatto che sia davvero dietro l’angolo, ma in realtà, a ben vedere, lo è da sempre. La cosa da capire, a mio avviso, è che non esista una ricetta, una case history replicabile (e oggi lo si è chiaramente percepito) quanto piuttosto la capacità di ognuno di guardare ai propri valori, alla propria cultura, al proprio sé e metterlo in gioco in maniera naturale e “trasparente”. Sembra tanto una vecchia ricetta della nonna che forse vale anche oggi davanti a delegati, guru e precursori del futuro.

La più rilevante risorsa delle imprese? I propri clienti, ça va sans dire. (Lo conferma Peter Korsten dal Wobi)

kostner_okSe c’era bisogno di una riconferma del macro-fenomeno questa nuova edizione degli studi C-centrici dell’Institute for Business Value di IBM, ormai giunta al suo undicesimo anno di fila, ce lo conferma in modo storico, attuale ed inequivocabile. In più, sentirlo dalla viva voce di @peterkorsten live dallo stage del WOBI aiuta a capire ancora meglio lo scenario, visto che quest’anno lo studio è più olistico tanto da comprendere tutto il C-board.
Di certo quell’onda smart e partecipativa che ha s-convolto il nostro modo di relazionarci alimentata e abilitata dal moto sociale (e che forse le città hanno anticipato nella loro necessaria rincorsa ad essere “smart” grazie al coinvolgimento dei cittadini) è un fattore competitivo decisivo con cui le imprese stanno cercando di avere a che fare. Negli ultimi 10 anni la “tecnologia” in senso lato è diventata una voce stabile nel top of mind dei CEO di ogni angolo del pianeta. Ma oltre a questa genericità, cosa si nasconde nei desiderata e nei dubbi di chi ha in mano il cerino della ripresa economica del nostro Paese? Nel CxO study 2013, i ricercatori di IBM hanno scandagliato le opinioni dei cosiddetti C-suite executives, intervistandone 171 in Italia (e confrontadoli con oltre 4000 in tutto il mondo) rappresentanti di diversi settori – pubblici e privati – in oltre 16 industry. E la conferma sembra lampante: il successo delle loro imprese si concentra su tre aree critiche o, come direbbe un bravo conslente, in tre aree di opportunità:

  • Aprirsi alla influenza che i clienti possono avere nelle stesse scelte di business dell’impresa
  • Esplorare e testare dal vivo l’integrazione tra mondi fisici e reali
  • Disegnare customer experience sempre più coinvolgenti

Il salto: da customer-centric a customer-activated

Una fra le tante conseguenze immaginabili dell’iperconnetitvità a cui tutti siamo esposti è sicuramente quella di squarciare progressivamente e sempre meno metaforicamente qualsiasi velo posto tra clienti e imprese. La nuova equazione economica deve fare i conti con la trasparenza (attenzione è un processo a due vie: i clienti sono gli ambasciatori del brand tanto quanto lo sono le persone che lavorano per quel brand). Sempre più C stanno ragionando sul come aprire le loro imprese a una partecipazione attiva dei propri clienti in una forma collaborativa che – ed è qui la novità che lo studio mette in luce e che Korsten sottolinea– va oltre il semplice “aiutatemi a migliorare un prodotto”, ma comincia a considerare il coinvolgimento dei clienti nel disegno partecipato della strategia di business dell’azienda. I C italiani, addirittura, mettono i propri clienti al secondo posto subito dopo I loro colleghi del board, ma prima di tante altre funzioni che fino a poco tempo facevano parte degli eletti a decidere del futuro. E il fatto che dopo soli 12 mesi il 56% dei CEO italiani intervistati pensi di aprire il sipario delle proprie organizzazioni così da abilitare collaboratori e clienti rispetto al 44% di un anno fa, la dice lunga sull’urgenza del trend. Accettare i clienti come stakeholders nel definire il futuro di una impresa ha un’enorme impatto sulla cultura di una impresa e ovviamente sulla sua organizzazione. Questo modo di fare business non può più semplicemente essere cliente-centrico come dicevamo fino a qualche tempo fa, ma deve essere attivato-dal-cliente, cosa che richiede un ridisegno completo della relazione impresa-cliente. Significa, secondo Kotler, essere pronti e “soprattutto volere cambiare i percorsi di relazione per seguire quei sentieri capaci di creare un valore mutuale”. Significa in altre parole trovare nuovi modi per includere i clienti a partecipare alle decisioni chiave del proprio business.

Quell’integrazione di cui tanto si parla (e poco si fa)

L’unione (o, meglio dire, la collaborazione) fa la forza. Se ne sono accorti circa il 60% dei CxO intervistati che adesso coinvolgono i partner nel tentativo di creare un valore di business condiviso. E quasi la metà introduce fattori di innovazione pescandoli da risorse esterne. Inoltre, l’intersezione tra fisico e digitale sta diventando sempre più velocemente una delle chiavi di misura dell’innovazione. Il processo di interazione multicanale è nel pieno di una totale rivoluzione tanto che i CMO sono i primi a rendersi conto di quanto una strategia digitale sia non solo necessaria, ma indispensabile. Eppure…oggi solo un terzo delle organizzazioni intervistate ha in essere una strategia fisico-digitale senza soluzione di continuità. A cosa è dovuta questa dicotomia? Ovviamente proprio da quella componente che implica la maggior opportunità, ma anche la maggiore difficoltà di interpretazione perché ha a che fare, come avevamo scritto qualche tempo fa, con una dimensione profonda delle persone, il “sé”. La componente sono i social media. La domanda – sbagliata – che le organizzazioni ancora si fanno è “come, quando, dove” introdurre i social media nel flusso della attuale strategia digitale dimenticandosi spesso il “perché” ovvero facendo fatica a capire quale ritorno dell’investimento e soprattutto non percependo ancora che l’interazione sociale non è un canale da aggiungere banalmente agli altri, ma è una componente non tanto di contatto, quanto di relazione.

I social, un buco nero (pieno di luce)

Oltre la metà dei CxO intervistati riconosce un nuovo imperativo: capire e coinvolgere i propri clienti come individui piuttosto che come segmenti di mercato e, guardando al di là del proprio orticello, ogni membro del board vuole essere in qualche modo coinvolto nel gestire la customer experience. Come farne a meno del resto se sempre più organizzazioni spostano il proprio asse dall’offrire cose a condividere esperienze? E i canali digitali sono proprio lì apposta: in un anno i CEO fan della relazione con i propri clienti via digitale sono passati dal 16% del 2012 al 51% del 2013. Parliamo dei i CEO eh, mica deii market-comunicazionisti. Ancora una volta, però, nonostante tutte le inziative per migliorare la propria customer experience il social restano una opportunità incolta. Tutti ne percepiscono la profonda e abbagliante sorgente di luce (spesso positiva), ma sbalordisce come questa luce non si sia ancora integrata nel metabolismo delle imprese. Ad esempio, l’ossimoro: il 31% dei CXO ammette di “capire” poco i propri clienti mentre (il 69%) di ambire a conoscerli meglio. E quindi? Non sono forse i social media, ad esempio, una base di conoscenza e informazione straordinaria sulla quale esercitare la nobile e antica arte dell’ascolto, oggi facilitata dal cognitive computing che abbinato agli analytics ci permette di capire, intepretare agglomerare, classificare.

Il momento è ieri

Sembra fin scontato dire che il fattore tempo rivesta una importanza cruciale. Non tanto perché prima si indirizzano le proprie scelte strategiche prima si potrà trarre vantaggio dalle proprie scelte (o capire i propri errori e correggerli), ma anche perché soprattutto oggi, se si sposa il paradigma dell’impresa customer-activated allora bisogna saper viaggiare al tempo dei clienti. Che inevitabilmente sono un passo avanti. E quindi in una posizione di favore per aiutare le imprese a velocizzare il proprio cammino. Basta una sola cosa: attivarli (in modo coerente, corretto, consapevole) come motore della nostra stessa innovazione.

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I diritti d’autore del #collavorare? Adesso sono in Africa.

Lo avete deciso voi: i diritti di Lavorare o Collaborare? sono arrivati fin dove avevate scelto arrivassero: a Cissin in Burkina Faso.  Ci sono arrivati grazie all’impegno di @luca_iotti, @267us e di tutto lo staff di Bambini nel Deserto. Questo è l’ultimo (o il primo?) atto di tutto il percorso che abbiamo fatto assieme nel nome del #collavorare. La cerimonia di consegna del ricavato è testimoniata qui sotto. Io posso confessare di aver pianto. Ma riguarda me.  Merci à moi? Mais non, je vous remercie! 

Di cosa sono fatte le smart city?

intelligenzadavivdereDopo aver partecipato alla presentazione del progetto LAK sono stato intervistato dal mensile Friuli Business – speciale domotica sui temi della domotica applicata alle smart city e sugli scenari di sviluppo di queste tecnologie applicate ai contesti di protezione sociale (anziani, disabili). Una intervista nata sulla scorta del progetto di Bolzano Abitare Sicuri e della sua possibile evoluzione sistematica a partire dalla cucina come ambiente sociale per eccellenza e quindi centro perfetto per una logica che va ben oltre la semplice domotica intesa come comando intelligente, ma che implica – come avevo già descritto qualche tempo fa – una prevenzione degli eventi attraverso l’analisi dei dati e dei comportamenti delle persone.

…and the winner is: Cissin!

Fa sempre piacere pronunciare la frase di rito, soprattutto quando si parte per fare le cose, anziché solo premiarle. Con Alessia (@267us) questa mattina abbiamo fatto la nostra riunione di chiusura di questa prima fase, analizzato i voti e – questa volta senza ombra di dubbio – assegnato all’Orfanotrofio di Cissin la palma di vincitore. Cosa significa in pratica? Ce lo racconta Alessia:

Il 9 agosto parto e subito il 10 sera si festeggerà a Cissin: non vedo l’ora! Una grande cena è già in programma: ci saranno tutti gli amici di BnD, locali e italiani, coinvolti nel grande progetto. A Cissin, infatti, stiamo ristrutturando l’orfanatrofio per i 175 bambini ospitati. In alcune classi della scuola del quartiere (una delle zone di Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso) stiamo sperimentando con successo un nuovo metodo per insegnare loro a leggere e scrivere, in collaborazione con il Ministero dell’Educazione. E con l’aiuto di molti donatori – e ora anche grazie a Nicola e agli amici che hanno scelto i piccoli di Cissin come destinatari dei diritti d’autore del suo libro – sosteniamo gli studi di questi bambini. Consegnerò personalmente la donazione di Nicola al pastore Abel, il direttore della scuola. Spero di riuscire a mandarvi in diretta qualche foto di una serata che sarà davvero speciale… promesso!

Basta parole, ne ho davvero usate troppe, ne manca solo una: grazie (a tutti voi per il supporto, i voti, i retweet / ad Alessia – a cui facciamo gli auguri – per il suo straordinario impegno / a BND per tutto l’incredibile lavoro che fanno ogni santo giorno su questo pianeta).

2013-01-13 12.20.54

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