Aiutatemi a scegliere: votate la fase uno!

Se avete letto “Lavorare o Collaborare” saprete che ho scelto di destinare i diritti d’autore alla ONG Bambini nel Deserto. Qualche giorno fa il presidente Luca Iotti (@luca_iotti) e Alessia Uslenghi (@267us) mi hanno chiesto a quale progetto destinare questa cifra. Onestamente non ho saputo rispondere: ognuno dei loro progetti ha una urgenza necessaria da rendere la scelta, almeno a me, impossibile . Ma una scelta va fatta e allora vorrei condividere con voi questa responsabilità. Aver letto il libro non è certo una condizione obbligatoria, se siete arrivati fin qui votate! In più credo che a Bambini nel Deserto possa comunque essere molto utile sapere come la pensiate. Questa è la fase uno e durerà fino al 30 giugno: votate e aiutatemi a definire il settore di intervento, una volta scelto vi chiederò ancora una mano per scegliere il progetto all’interno di quel settore.

Finanziare progetti sul web: la Strada verso l’Olympia su Espansione

Un bell’articolo sul tema del crowdfunding redatto da Espansione cita, tra gli altri, il nostro progetto della Strada verso l’Olympia. Grazie! Incipit:

“Tutti noi, chi più, chi meno, abbiamo una rete di contatti su Internet, grazie a strumenti come Facebook o Twitter. Una rete su cui chiacchieriamo, confidiamo i nostri pensieri, postiamo le nostre foto e i nostri filmati. Sui social network raccontiamo la nostra vita e quello che facciamo. Perché non usare questa preziosa rete di contatti anche per finanziare i nostri progetti? Un progetto piccolo, magari, come pubblicare un libro o mettere in piedi uno spettacolo teatrale. O un progetto grande, come trovare i capitali per far partire una nuova azienda. Si chiama crowdfunding, una parola inglese che significa “ottenere fondi dalla folla”, dalle persone che popolano il web. Col crowdfunding c’è chi ha raccolto 90 mila euro per riportare a Palazzo Madama di Torino la raccolta di porcellane di Massimo D’Azeglio. C’è il designer che ha prodotto lampade di cartone da montare, un po’ sul modello Ikea ma con un occhio al riciclo e all’ambiente; c’è la star di Twitter, Claudia Vago in arte Tigella, che si è finanziata un viaggio in America per twittare in diretta dall’Occupy Chicago. C’è persino una casa editrice napoletana che…” leggi tutto

Espansione

Ma il crowdfunding funziona davvero? Io dico di sì e vi spiego anche come.

principeAbbiamo appena presentato il film la Strada per Olympia alla Casa del Cinema a Villa Borghese a Roma e, se questa è la misura del successo del crowdfunding in tempi di crisi e di sovraesposizione di storie di varia umanità, allora la risposta è: “sì, il crowdfunding funziona”. Al di là del soggetto (che a me stava particolarmente a cuore) di cui potete leggere in dettaglio la storia ho voluto mettere alla prova di persona il concetto stesso di crowdfunding. Ovvero se il potere della relazione e del networking e della sua stessa amplificazione attraverso i social media fosse davvero efficace non solo per tutto quello che sappiamo (compresi dei retweet decisamente inaspettati come quello di Emanuele Filiberto)  ma  – estremo della rete – raccogliere fondi alla cieca, per un progetto e una idea esistente solo sulla carta, anzi sull’html. Un progetto tra l’altro estremamente personale, non legato a un prodotto, a un bene o a un servizio da commercializzare, quanto piuttosto a una più semplice, scontata, estremamente eterea sebbene oggettiva forma d’arte: un film. Di questa esperienza – che oggi è diventata un mediometraggio di 40 minuti e che inizierà una sua piccola tournee in giro per l’Europa (e che sarà iscritta a tutti i festival del cinema che prevedono la forma del documentario sociale) – non vi voglio raccontare il guardaroba di emozioni che si è portata via con me. Mi interessa invece condividere la lezione che ho imparato per aiutarvi a costruire un efficace progetto di crowdfunding.

Qualsiasi idea (come dice Disney, se lo puoi sognare lo puoi fare)
Tirate fuori la vostra idea, il vostro prodotto, il vostro sogno. E credeteci. Non fate l’errore di pensare che “siccome è vostro” o magari perché è un progetto troppo estremo o personale non possa essere finanziato da qualcuno. Mettetelo in mostra e raccontatelo: da qui in avanti si tratta solo di marketing e comunicazione, niente di che (non vi annoio con le solite regole tipo conoscere il vostro target, usare il linguaggio giusto, pianificare tempi e modi etc). Io tendo sempre a pensare che se ce l’ho fatta io, ce la può fare chiunque. Non ho né doti speciali né un network sconfinato. L’ho voluto, l’ho fortemente voluto è vero, ma credo che se non volete davvero una cosa non vi spingereste mai fino ai confini del crowdfunding per finanziare il vostro progetto, qualsiasi esso sia. Ecco, questo è il vero trucco per cui alcuni progetti funzionano e altri no. Perché si vede subito se chi lo propone ci crede o meno. Si capisce subito. Per cui inziate da un punto fermo facendovi una domanda cruciale: ci credo davvero?

InvitoSiete il sogno di chi non ha sogni (o non li può realizzare)
Il crowdfunding ha un potere eccezionale: quello di far sognare gli altri. Che sia un film su una ragazza che ama i Pooh, un viaggio in R4 per attraversare l’africa o il progetto di un nuovo filtro per i rubinetti qualcuno davanti a quella idea dirà: “che bello, perché non ci ho pensato io”. Oppure: “accidenti, lo vorrei fare io stesso”. E’ qui che si innesca la chimica di un costruttuvo spirito di invidia o di pura collaborazione o di semplice e umana condivisione. Ed è in questo momento, in cui voi rappresentate il sogno di qualcun altro, che riceverete il suo contributo.

Definite bene per cosa chiedete un finanziamento
Dovete essere molto precisi, senza essere noiosi sul cosa, il come e il perché spenderete i fondi che riceverete. A volte non è facile esserlo perché succede che i progetti, soprattutto quelli “dream-based” siano essi stessi complessi. Il mio era assolutamente disarticolato, ma nonostate questo ha funzionato lo stesso. Perché? Perché, come detto, prima di tutto ci abbiamo creduto davvero e poi siamo stati sinceri: nessuna presunzione, nessun pietismo, nessuna forzatura. Se vuoi puoi dare, se no grazie dell’interessamento…ma anche: “già che ci sei, puoi dirlo a qualcun altro che magari è interessato?”.  Sfruttate ogni minimo ingaggio con chi è arrivato fin da voi, anche se non ha “comprato” la vostra storia.

New Bitmap ImageScegliete una piattaforma con un criterio più ampio (non solo che faccia quello che funzionalmente vi è utile)
Io ho scelto Ulule perché due anni fa non è chi ci fossero tutti questi attori e Kickstarter all’epoca non accettava progetti extra-USA. Allora ho scelto una piattaforma francese poco conosciuta anche per dare un respiro più internazionale al progetto. All’epoca eravamo l’unico progetto non francese. E questo ci ha fatto avere un sacco di attenzione da parte degli amministratori (che stavano crescendo in Europa). Per dire, la traduzione in italiano dei testi funzionali delle loro pagine l’ho fatta (gratis) io. Ma questo ci ha regalato coccole extra e un bel dialogo che è sfociato in un extra funding time di 15 giorni.Detto questo verificate come si muovono sui social, come interagiscono con il loro network, con che linguaggi e modalità (alcuni sono davvero antipatici), fate un confronto sulle percentuali (attorno al 5%) che vi chiederanno per il servizio, e soprattutto munitevi di un account paypal prima di cominciare (che è mandatorio per tutti): ve lo chiedono durante la registrazione per cui dovete averlo lì pronto. Ecco una lista abbastanza esaustiva delle piattaforme di crowdsourcing e un post della mia amica Holly Nielsen sul tema.

Concedete qualche reward, ma dichiarate la vostra indipendenza
Quasi tutti vi permettono di dare qualche reward ai vostri finanziatori. Questi reward possono essere concettuali o reali. Ma state decisamente attenti a non compromettere il vostro progetto con un reward (tipo: poter influire sulla sceneggiatura se stace cercando di produrre un film).

Un target raggiungible non è solo un fattore psicologico
Una cosa importante che dovete sapere e che il vostro progetto sarà finanziato solo se raggiungerete il target che vi siete dati, altrimenti il funding raccolto verrà cancellato e restituito ai finanziatori. Per cui raggiungere il target non è solo funzionale a raccogliere fondi, ma formalmente a far partire il progetto che avete in mente. Ragionateci a fondo e definite la cifra più consona tra quello che vi serve davvero e una soglia sulla quale poi fare uno sprint e andare in cosidetto “over”. Quando avete raggiunto il target potete proseguire entro i termini di tempo che la piattaforma vi assegnerà (di solito 60-75 giorni).

Mettete un target facilmente raggiungibile
Lo ripeto: meglio mettere 1500 euro anziché 15000. Perché un progetto con il timbro alla fine “non finanziato” vuol dire fallito. E’ molto meglio avere un progetto con un target basso, che poi cresca (se si eccede non c’è problema sono soldi che vengono comunque in tasca in più, vuol dire che siete stati bravi a vendervi) e che abbia la lucina verde “Obiettivo raggiunto” magari già a metà percorso. Come detto qui sopra, sarà un faro nella pagina per attirare gli sguardi degli altri.

finalmente-e-arrivato-il-kit-imperdibile-tue-feste-13Per questo le prime 2 settimane sono fondamentali
Dovete partire a razzo e far lievitare immediatamente i finanziamenti. Perché? Perché la gente va a vedere subito i progetti che hanno più fondi e paradossalmente più fondi ci sono, più la gente investe. Succede per tante ragioni, ma soprattutto per psicologia di massa. Siamo abituati a seguire. Quindi dobbiamo far crescere il più in fretta possibile la nostra base, dimostreremo di essere seri, di meritare credito, di avere un progetto che avrà una buona possibilità di successo. Se vi sembra facile raccogliere 500 euro in una settimana vi renderete conto di quanto sia difficile farlo a colpi di 10 euro.

Strategia di comunicazione
Come ogni progetto, raccontate bene, ma davvero bene la vostra storia. Parlavamo di sogni, ricordate? Mettete in piedi una piccola strategia di comunicazione e non dimenticatevi di creare una brand image del vostro progetto. Sfruttate date, occasioni, eventi. Fate un video: è assolutamente necessario a mio avviso. Siate coerenti sui diversi network che userete. Metteteci un tocco di creatività ogni giorno. Non dimenticatevi che esiste anche l’off-line (io sotto Natale ho proposto un kit scaricabile online per la riffa di capodanno…e ho raccolto 200 euro)

Comunicare, comunicare, comunicare (anche in inglese)
Ogni santo giorno, o quasi, dovrete inventarvi qualcosa. Su 60 giorni di campagna attiva ho scritto 42 news in due lingue (ovvero 84…). Più la vostra invenzione è forte e ripresa da altri meglio è, niente di nuovo, ma funziona anche qui. Fate tutto anche in inglese: non si sa mai. Io ho usato la piattafoma del Crowdfunder per gestire tutte le news e poi, tante mail, Twitter e Linkedin. Osate, qualcuno (oltre Emanuele Filiberto) vi ascolterà.

3 circles of crowdfunding imageStrategia di contatto
Se avete tempo e forze fatevi uno schema logico dei contatti e delle comunità di riferimento. Lavorate a cerchie: per rompere il ghiaccio delle prime due settimane partite da vicino. Vanno bene tutti, parenti, mamme, nonne, amici, colleghi, fratelli, cugini: tutti. Ma poi datevi un ordine logico ed evitate di reiterare. Qui la sovrabbondanza non sempre paga. Fatelo con discrezione. Meglio farvi ri-pingare di sponda che essere voi ad entrare sempre come elefanti nella cristalleria.

Non è finita finché non è finita
Nella mia esperienza ho raccolto 2000 euro in una volta a pochissimo dalla fine perché una associazione ha fatto raccolta fondi a sua volta tra i suoi associati che non sapevano usare Paypal. Quindi la statistica delle vostre entrate e tutti i KPI che vi siete dati può andare tranquillamente (e felicemente) a pallino da un momento all’altro. Non date per scontato l’uso dei sistemi di pagamento elettronici. E’ vero, alla fine per far sì che il vostro target venga riconosciuto dalla piattaforma è necessario che qualcuno versi elettronicamente la cifra sul vostro account (e non potete essere voi), allora suggerite delle collette a dei collettori più esperti che facciano poi il fund transfer verso di voi.

La questione fiscale
Sul tema ho chiesto a Michela Haymar dello studio UHC (che ringrazio) un parere e all’epoca (e credo ancora oggi) la materia non aveva una propria regolamentazione lasciando quindi spazio all’interpretazione. Trovate comunque un ottimo approfondimento nel post di Flavio Menzani che tuttavia risale anch’esso a circa 2 anni fa.

Olympia_iconLa strada verso l’Olympia: sociolinkografia

Twitter, Ulule, Facebook, YouTube, Flickr

Perché il dibattito sulla worklife integration non può restare una questione per sole donne

2009-07-23 08.00.17Ho letto con interesse l’articolo di Simona Cuomo e Adele Mapelli (autrici del libro La Flessibilità Paga) e non ho potuto non connettere una paio di punti.

Il primo è relativo ad un bell’ incontro al quale ho avuto la fortuna (e l’onore) di essere invitato da Luisa Adani su tema donne, lavoro e crisi nell’ambito delle iniziative “L’Europa è per le Donne“. In quell’occasione, così come nell’articolo di Simona e Adele, il tema della integrazione tra vita e lavoro, della carriera verso la propria vita (passione o famiglia) è emerso come è naturale che fosse. Ed è proprio qui il punto: quando diciamo  “come è naturale che fosse”. Come se, trattandosi di un incontro centrato sulla figura femminile, fosse scontato che i temi potessero essere tacchi, trucchi, cucina, figli e poi: lavoro vs. tutto questo. Come se questa necessità di bilanciamento o di integrazione con la vita fosse una questione solo femminile. Di certo non lo è e tocca gli uomini quanto le donne, ma mentre le donne (che la vivono molto di più sulla propria pelle e non sto certo qui a ri-dire storicamente il perché) ne parlano e lo mettono al centro del loro dibattito un po’ perché mito da provare a sfatare, ma soprattutto perché argomento oggettivo della vita vera, gli uomini si guardano bene dal trattarlo. Come se per un uomo cercare di far quadrare quei due neuroni dedicati ai propri affetti e alla vita extra-ufficio (escluso il calcetto, le Harley eccetera) fosse una eccezione, una perdita di tempo, magari un segno di non ammessa debolezza. L’immaginario del resto non fa nulla per smontare il pregiudizio. Una donna in cucina è una casalinga. Un uomo in cucina è un Masterchef. Che dilusione però andare avanti a ragionare così. E’ chiaro che l’argomento è molto più vasto e profondo e non è certo mia intenzione liquidarlo in due battute. Ma almeno sarebbe ora che anche gli uomini si svegliassero per trattare il tema mettendoci un po’ di amor proprio: gioverebbe a noi e di certo anche alle donne. Nel dibattito, acceso, interessante e soprattutto immediatamente profondo e a mia sensazione molto sincero svoltosi durante l’incontro ho provato a suggerire che la grande occasione in mano alle donne non sia quella – legittima per carità – di scimmiottare gli atteggiamenti maschili o quella di costruire una strutturata e rappresentata forza sociale opposta, quanto quella di immaginare un prossimo modello aperto e condiviso decisamente più contemporaneo di quello attuale, in cui disinteressarci di chi dice cosa per interessarci – piuttosto –  di che cosa si dice e soprattutto di che cosa si fa. Quanti uomini italiani vorrebbero avere un diritto di congedo parentale quanto i loro colleghi norvegesi se questo, oltretutto non fosse solo una norma, ma un principio di cultura per l’intero Paese. Non sarebbe un passo avanti per la società tutta anziché esserlo per gli uomini o per le donne? Io credo di sì.

Ho provato a raccontare la necessità di questo salto culturale nel mio libro – e qui il secondo punto – di cui ho estratto un brano del capitolo relativo al tema della worklife e che vi riporto qui di seguito. Il tema della integrazione tra vita e lavoro riguarda tutti. Donne e uomini, giovani e meno giovani. Per questo credo sia tempo di provare a costruire una nuova dimensione sociale che tra le altre cose consideri anche questa unità di intenti verso le nuove modalità del lavoro: dando alle donne e agli uomini quello che spetta a loro senza che nessuno lo debba più pretendere come una conquista.

Estratto da “Lavorare o collaborare: networking sociale e sistemi organizzativi del futuro”, pagg. 97-101

A dire il vero la prima delega a un nuovo modo di lavorare l’abbiamo accettata quando abbiamo sposato un classico fenomeno linguistico: il neologismo. Da work life siamo passati a work-life, poi a WorkLife per arrivare oggi, senza battere ciglio al definitivo inglese worklife che fonde i due mondi come nemmeno Garibaldi sarebbe mai riuscito a fare. Introducendo nel gergo comune degli HR’s il vocabolo worklife ci siamo lasciati alle spalle il dubbio se mai fosse esistita una etimologia che facesse riferimento a due ambiti (e accidenti se esistevano!). In più oggi, grazie alla potenza pervasiva (e connettiva) dei social media abbiamo allegramente spazzato via il suffisso balance e l’abbiamo sostituito con integration dando per assodato e definitivo il fatto che dobbiamo formalmente preoccuparci di gestire questa subdola concomitanza di azioni, questo tenere un piede dentro una sneaker e l’altro dentro un paio di Church o di Jimmy Choo (non presente nel testo originale ndr) finché non arrivi un Branson qualsiasi a bandire pure queste.

Verrebbe facile parafrasare la worklife integration con la worklife disintegration, dove a fronte di cercare di far filare tutto in un meccanismo perfetto e oliato il rischio è quello di disintegrare quel necessario avamposto di confine che, seppur avanti (ogni giorno sempre un po’ più avanti) e quindi nell’infido territorio nemico del rischio nevrosi, è pur sempre un confine e quindi capace di segnare una differenza tra qui e lì. Tra prima e dopo. Ma la situazione è più complessa. Perché oltre a quello che possiamo percepire come perimetro delle possibili conseguenze di questo trend vi sono delle sfumature decisamente patologiche con cui le organizzazioni già si devono confrontare e sempre più dovranno confrontarsi.

«L’Europa perde circa 200 miliardi di euro all’anno per malattie stress correlate; negli Stati Uniti il costo è di 300 miliardi di dollari. È particolarmente preoccupante l’aumento di malattie mentali da stress cronico e si prevede che nel 2020 la depressione rappresenterà la seconda causa di malattia. Già oggi l’Ue calcola che i costi delle malattie mentali si aggirino sul 2-3 per cento del pil, in particolar modo per la riduzione di produttività», scrive Beatrice Bauer (1). «Il principale problema – continua – è l’acquisizione di consapevolezza. Chiunque, a qualsiasi livello operi nel mondo del lavoro, è consapevole che a un incremento dell’impegno professionale corrisponda un aumento dei conflitti familiari, soprattutto se lavorano ambedue i partner» (2).

Per Berardi, mentore di Lovink: «Oggi la psicopatologia si manifesta con sempre maggior chiarezza come un’epidemia sociale e, più precisamente, come un’epidemia socio-comunicativa. Se vogliamo sopravvivere dobbiamo essere competitivi, e per farlo bisogna essere connessi, ricevere ed elaborare in continuazione un’immensa e crescente quantità di dati. Ciò provoca un costante stress non immaginare gli altri gesti che popoleranno la cool area di ciascuno di noi» (3).

Questo concetto è poi ripreso dallo stesso Lovink: «A fronte di questa “deriva” è forse più salutare mettersi l’ufficio in tasca o nella borsa e lavorare ovunque? Personalmente penso di no. Gli aggiornamenti costanti online fanno perdere la capacità di attenzione e concentrazione. E questo avrà conseguenze sulla società nel lungo termine. A ogni modo, sono abbastanza ottimista sul fatto che tra pochi anni sarà davvero poco cool controllare il proprio smartphone di continuo in pubblico» (4). Può darsi che sarà poco cool perché forse avremo altri sistemi di notifica che non necessiteranno di «controllare il proprio smartphone». Lovink si concentra sul gesto forse facendo finta di  non immaginare gli altri gesti che popoleranno la cool area di ciascuno di noi.

È tuttavia innegabile che l’alieneazione prodotta da un modo di lavorare senza soluzione di continuità sia un tema cruciale per le organizzazioni. Da un lato perché devono gestire (anticipare? limitare? arginare? rimediare?) gli impatti di cui sopra: e un collaboratore afflitto da depressione clinica o subclinica è per definizione un vero problema da diversi punti di vista. Dall’altro perché ci mettono del loro per confondere ancora di più le carte sapendo bene quanto la flessibilità sia un tema cruciale e quindi utilizzandola come arma nel calciomercato delle assunzioni. Le survey, infatti, confermano che più la flessibilità cresce più diminuisce la difficolta nel bilanciare il lavoro e la vita personale anche se, come detto, gli effetti per gli ignari freschi sposini potrebbero essere devastanti. La consapevolezza del rischio, come dice la Bauer, l’hanno forse i lavoratori non più di primo pelo. Sarà forse (anche) per questo che gli over-45 non fanno più gola a nessuno? C’è un fattore a suo modo ancora più preoccupante da considerare: il fatto è che ci piace da matti essere quello che stiamo diventando e forse proprio una grossa colpa è imputabile alle possibilità che i social media ci permettono. Quella potentissima energia sprigionata dal racconto del sé su un palcoscenico sociale, infatti, può generare conseguenze inaspettate e ancora più inquietanti perché velate dalla maskirovka che il «godere» può indurre.

Del resto perché non dovrebbe essere così? Dopo anni di veti e di filtri in cui per dire la nostra eravamo costretti a trafile che spesso si concludevano «no, chi sei per dirlo?», l’orgasmo erogato dalle endorfine del nostro pensiero si propaga digitalmente senza nessun altro freno se non qualche piccola regola di base dentro a qualche blog o wiki. Diana Tamir e Jason Mitchell, dell’Harvard University, dimostrano (5) che vantarsi di sé stessi attiva a livello cerebrale la stessa sensazione di piacere del cibo, del sesso o del possedere denaro. L’aumento della dopamina nelle zone mesolimbiche del cervello risulta infatti il medesimo. Forse è anche per questo che il 40 per cento dei discorsi quotidiani di un individuo è dedicato a pensieri e sentimenti privati e il 25 per cento delle persone sono disposte a guadagnare di meno pur di potersi raccontare di più. Se dunque chiunque può trasformare in mito i propri aneddoti allora forse le organizzazioni possono trarre qualche vantaggio da questa integrazione permanente tra io&es e dalla possibilità di essere parte di una narrazione virtualmente senza fine come la pagina di Word: scrolla finché abbiamo qualcosa da dire (e da scrivere).

La collaborazione, in fondo, può rivelarsi anche un ottimo strumento di controllo sociale. I lavoratori coinvolti nei processi gestionali hanno una percezione nettamente migliore delle loro condizioni di vita, minori tassi di malattia e incidenti rispetto a chi non è reso partecipe. Laddove si registra un elevato coinvolgimento di tutti i dipendenti nei processi di gestione manageriale, il tasso di assenza per malattie brevi è nettamente più basso e le performance delle aziende sono nettamente migliori: a queste conclusioni arrivano i ricercatori Petri Bockerman, Alex Bryson, Pekka Ilmakunnas del National Institute of Economic and Social Research di Londra. Peccato che, come dice Beatrice Bauer, «anche dove esistano policy aziendali adeguate, sono del resto i capi a fare la differenza e se in genere ritengono utili le iniziative aziendali volte a migliorare la worklife integration, spesso prediligono collaboratori che non esprimono l’esigenza di approfittarne perché dipendenti dal lavoro e pronti al sacrificio senza limiti» (6). Sottolinea questo aspetto anche Tiberio Tesi: «È tutta una sfera di continua interepretazione manageriale. Proviamo a immaginare come la sostenibilità sociale diventi una parte importante dell’agenda dell’azienda. Una sfida su tutte: come potremo tenere insieme le Generazioni Y o addirittura Z con le generazioni che dovranno restare, i cosiddetti Baby Boomers, fino all’età di 65, 68 anni o quello che sarà. Come coesisteranno? Come potremo pensare a forme di collaborazione? Non ho la risposta, quello che posso dire è che sicuramente responsabilità del management, ancora una volta a riuscire a progettare questi sistemi sociali» (7).

A mio avviso non è una questione di generazioni, di «giovani  contro vecchi», perché se poi i giovani prendono il posto dei vecchi con gli stessi vizi non andiamo da nessuna parte. È una questione di cultura organizzativa. Benessere e malessere, bianco e nero, giorno e notte, vita e lavoro. In altre parole stiamo parlando di persone. Non sono forse loro, non siamo forse noi, sempre noi, il terreno di dibattito su cui disegnare l’organizzazione del presente e del futuro? Non siamo forse noi il problema, ma allo stesso tempo la soluzione? L’avvento dei social media, infatti, ha spesso spostato l’attenzione sulle straordinarie possibilità di relazione (e quindi di interazione) con i clienti, localizzando il baricentro su tutte le opportunità di business a essi correlate e facendo passare in second’ordine ben altro fattore: le persone che stanno al di qua di quella linea di demarcazione ideale che esiste tra una organizzazione e il proprio mercato di riferimento. Ma siamo proprio sicuri, alla luce di quanto detto finora, che siano i clienti (e il relativo mercato) il primo territorio di competizione? Vale di più un nuovo cliente acquisito o un vecchio dipendente soddisfatto?

  1. Beatrice Bauer, «Lo stress in azienda: davvero non ci riguarda?», Economia & Management, n° 2, marzo-aprile 2012.
  2. Ibidem.
  3. Franco Berardi, Precarious Rhapsody, London, Minor Compositions, 2009.
  4. Nicola Bruno, «Twitter è peggio di un reality»,intervista a Geert Lovink, Corriere della Sera – La lettura, …maggio 2012.
  5. Sulle pagine della rivista Proceedings della National Academy of Sciences of the United States of America, citato da Mario Covacich, «ecco perché parliamo tanto di noi. La favola di Twitter e Facebook», Corriere della Sera, 12 maggio 2012.
  6. Beatrice Bauer, «Lo stress in azienda», cit.
  7. Su questo tema si rimanda a Tiziano Botteri, S-Age mamangement. Gestire con saggezza generazioni diverse, Milano Egea, 2012.

Nota: L’immagine a capolettera di questo post è stata scattata da me nella metropolitana di Parigi e non so a quale pubblicità facesse riferimento, mi scuso con i titolari dei diritti per la mancata citazione.

How can you grow from 40,000 to 4,000,000 subscribers? The history of Tin:it

The full story hereunder, told from 1997 to 2000, has been done under the creative direction of Max Ardigò and myself, supported by the good management of people like Saverio Castilletti and Marcella Logli on the Customer side or super-account managers like Hilde Christophersen on the Agency side. We started when internet was a domain for the fews educating a generation and building up a market that today is – ça va sans dire – what makes the world go round. This experience, from packaging to radio, from tv commercials to exhibitions, from in-store displays to events is like a tattoo over my skin. You can see it well shaped today too when I face challenges related to brain computer interfacing, smarter cities, the internet of things or social media and organizations. I remember launching the first chat subscription. Was like landing on the moon: one small step for a man, one giant leap for mankind. And we were there. 

<p><a href=”http://vimeo.com/51296942″>spot1</a&gt; from <a href=”http://vimeo.com/palmarini”>nicola palmarini</a> on <a href=”http://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>

<p><a href=”http://vimeo.com/51296945″>spot3</a&gt; from <a href=”http://vimeo.com/palmarini”>nicola palmarini</a> on <a href=”http://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>

<p><a href=”http://vimeo.com/51296953″>spot5</a&gt; from <a href=”http://vimeo.com/palmarini”>nicola palmarini</a> on <a href=”http://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>

Il Collavorare diventa app: un viaggio nei luoghi del libro

Lavorare così come scrivere è una esperienza sempre meno statica, sempre più nomadica. E’ la modalità di lavoro che è cambiata così come sono cambiati il concetto di ufficio, di spazio, di tempo: temi che ho trattato ampiamente nel libro e che magari avete letto. “Lavorare o Collaborare?” è stato scritto perennemente in viaggio. Ma come rendere questa anima del libro, ovvero come permettere al libro stesso di raccontarsi sul come (e dove e quando) sia stato creato? Come fare che il concetto di lavoro e nomadismo fosse soggetto del libro stesso?

Ho cominciato allora a raccogliere strada facendo dei segnali di percorso, a georeferenziarli, a dar loro dignità mediatica. Ma non solo. Molti di questi segnali sono arrivati spontaneamente dopo la pubblicazione ad ottobre grazie ai tweet, alle segnalazioni, a quelli che ho definito i “collavoratori”.

Che forma dare loro, dunque, se non quella di una guida su mobile? Come se si trattasse di una digital guide di una città, quelle app che scaricate quando andate a visitare Londra o Parigi, è nata la digital guide di un pensiero. La cartografia di una storia. Scaricate la app per iPhone, Android e cercate la “scene” “collavorare”. Naturalmente potete fare un giro per il mondo anche direttamente sul web. Tutto rigorsamente free e autoprodotto.

A questo punto anziché augurarvi la tradizionale buona lettura posso fare un’altra cosa: dirvi buon viaggio.

Sette

Thanks to @7scenes, what a great platform you’ve done.

10 little tips to start turn your business in to a (more) social one

Social: sure, you’ve heard about it and someone is teasing you are not. You feel stressed and the pressure is getting higher. It seems that your business is slowing down while your “social enabled” competitors are speeding up. True or not, you feel no way out: you must become a social organization. Easy to say, but how to turn a traditional hiearchical based company into a social business enabled? How to cowork? Where to start from? In my book “Working vs. Co-working: Social networking and organizational models of the future” (today only in Italian: Lavorare o collaborare? Networking sociale e modelli organizzativi del futuro) I collected and defined some simple practical actions to taste the social side of your organization. Just some simple advices you can start trying to play with.

So if you were thinking that social means only “software” or to improve the speed of your coffee vending machines…change your mind.

1) Slow down your coffe machine
Yes: as Riccardo Donandon CEO of H-Farm says the most powerful social network in your company is the coffee machine. People use to know, share, discuss, invent, suggest, improve, solve while having a cup of coffe or a Coke. So if you were thinking that social means only “software” or to improve the speed of your coffee vending machines in order to save time and send your employees back as quick as possible to their desks, well… change your mind. The more they can share while sipping some Java (and Sumatra) coffee beans the better for your business because there is no chatting software that can play such a good communication system than a good face to face discussion. People is having coffee despite your opinion, so maximize the benefits of this inevitable trend.

2) Don’t outsource, crowdsource
As soon as we face a problem we don’t know how to face we tend to outsource: the biggest mistake is to outsource not the problem itself but our capability to solve it. Next time try to crowdsource instead outsource. Someone see the workplace as big crowdsource platform, why not to be one of those?

3) Wear those shoes (finally)
How many times did you say the magic sentence: “if you only could be in my shoes you would understand”. Well, do it. Institutionalize a “exchange your shoes (job) day” and let people do one other job with the owner of that role supervision. It is a tremendous tool to understand the complexity of others life, learn how things work and create a strong relation between people that have to work together, maybe after you put in practice a good SNA (Social Network Analysis) to discover the nodes in your organization. You can start from people inside the same network, but then you can enlarge the circles and enlarge the effects.

The business you are playing today receive tons of micro signals once unknown, so you must be adaptive like your body on the board. 

4) Humans are humans
Experience can become a real company asset. Humans are humans both if their chat status is green or red. In other words it is not “to be” on duty that make a human different. Smartness, experience, knowledge and humanity are the same off and on duty. So why not start considering the experience of humans inside your organization as complete asset independently by their role in the organization? You’ll have amazing surprises if you’ll start allowing people to bring their life time experience inside the organization, because they are very very skilled about one subject: their own life.

5) Let’s Surf
You’ve been trained to act like John Wayne: one word, one vision, one mission. Relax a little. Keep the word and the mission but enlarge your vision and make it flexible. Like when you are skateboarding your body keeps on micro-adjusting your balance on the board, do the same. Be ready to counter balance the micro-effects of the surfing given by winds, tide and waves. The business you are playing today receive tons of micro signals once unknown, so you must be adaptive like your body on the board. Let your team react as quick as possible even with small actions, even if those seems out of your vision. As we say in Italy: there is no worst blind man or woman that the one that don’t want to see.

6) Create some bottleneck 
To be cooperative and participative doesn’t mean that you don’t have to be a little coercive sometimes. Let’s talk for example about attach in the emails: do you know those 50 Gb that start flying all over your mail system growing up CC after CC? Why did you built teamrooms for if people keep on sharing docs and contents all over the Web sending emails with huge attaches? So give a strong signal to your team, like: “I’ll never read anymore e-mails with an attach. Please note: mails with attach will be automatically deleted”. You’ll get buzz for the first two days, on the third day your teamroom will automatically start to become what it has been designed for. A place for sharing common knowledge.

7) Banality needs data
Data are fundamental, but data are dangerously sexy too and you can fall in love with them or better with the idea of what data could mean. It’s great when you can support your opinion in front of an audience with the last research on the subject. Who can say the opposite if “the last research said so”? But sometimes data are a wonderful way to hide the truth. In the social world it is better sometimes to rely on the analysis of more simple and rough data models which are far better to try to forecast the future instead of complex data models which are more indicated to understand and analyse the past. The opinion of a user published on a social network can destroy in one day months of statistical scenarios about a product demand by the target audience. So fall in love with data, but with care.

To be cooperative and participative doesn’t mean that you don’t have to be a little coercive sometimes.

8) Plan B (and C and D and E…)
Despite all your good plans things can follow other ways far from your plans. So, not very differently from your daily life, think about different possible scenarios and instead to try to understand what exactly will happen, think about different possible way in which things can happen. An example? To build value around a good author with a spontaneous number of followers inside your organization could be the best choice vs. to build a fully new communication channel to drive messages to the audience. Keep eyes and ears open to what is happening around and don’t be scared to surf it.

9) KPI (Keep Positive Instincts)
Your becoming social is a quite different story from others initiatives you’ve taken inside your organization. It goes to a deeper level that involves the soul of your company, in other words, the people. There are a lot of kpi’s you could rely on to measure the success of your social behaviour, but do not rush. Try to start without thinking (and looking for) immediately to the results: compared to other management actions the outcome you got out here is, if possible, even more related to what you put in. So start focusing on the quality of the inputs instead, only, of the outcomes.

10) “To be” instead “to be part of”
Give the “power” to the people inside your organization needs the “power” to make it happen. Need you to believe them and them to believe you. If you build this mutual act of faith you’ll let them “to be” the company instead “to be a part of the company”. Try to imagine the positive and negative “power” of this concept when ideally anyone in your organization could deal with the end customer.

It’s time to start to co-work

In tomorrow’s business world, things are changing, shifting, morphing. Companies are looking for new ways to create value and grow while grappling with increasing complexity and the demand for greater efficiency and productivity——all within the context of the movement from industrial mechanization to knowledge and innovation.

People and their ideas are more important than ever. The social networking systems available today are poised to take full advantage of an enterprise’s employees’ capabilities. Organizations must decide whether or not to exploit the social network to:

  • Break down their historical boundaries.
  • Overcome a “we’ve always done it this way” philosophy.
  • Redefine the concept of “working day” and of the work place as a whole.
  • Embrace “ad hocratic” structures instead of hierarchical ones while questioning years of xx leadership.
  • Be fully reinvented.

In a word, organizations must decide whether or not to get in the game and compete. It’s time to start to co-work.

Please note: Today the book is only in Italian: for english version, please enquire the publisher at marketingcomunicazione@egeaonline.com 

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A movie on the Bolzano project and a formal recognition

An american crew come to shoot a real short-movie on the Bolzano Abitare Sicuri project, while at the same time the City Hall received formally the Computer World Honour Award won in Washington on june 4th.

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Smarter City Challenge Siracusa: please support a wonderful follow on

In our final report to the City of Siracusa one of the main reccomendation was to develop an industrial tourism practice in order to start facing the matter on how to manage the industrial area north of the city. The area, who was a powerful business generator for the whole local economy during the Seventies is now in downturn.
Furthermore the contrast between the amazing natural scenarios of the Siracusa landscape and the dramatic presence of the industrial site is a matter to be solved, not only in Siracusa but almost all over italy where art, design, history, culture and industry have to deal one with the other, shoulder by shoulder.
The Hub Siracusa, discussed with us on how to face this challenge and, supported by the City Hall, decided to present a project (ITI-itinerari turistici industriali) to a very interesting innovation contest in order to win the final prize of 100,000 euros.

And guess what…
The project passed the first selection (only 32 on 500 projects!) and now it is under the “people judgment stage”. The 5 most voted projects will pass to the final stage. 
So you can support!
Read the following instructions on how to give your vote and help to shape the future of a landscape.

Lavorare o collaborare? Networking sociale e modelli organizzativi del futuro

Dalla quarta di copertina:
«Meno finanza e più società»: così suona oggi l’appello condiviso da più parti quando si tocchi il tema della crescita. Alla ricerca di una via nuova per generare quel valore che l’accumulazione capitalistica non è più in grado di garantire, in un contesto di complessità e connessione crescenti, dominato dai fattori intangibili della conoscenza e della capacità di innovazione, e dalla richiesta di un’efficienza sempre più spinta, il modello alternativo deve ripartire dall’interno delle imprese e dalle capacità delle persone.

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La domanda posta dal titolo di questo libro implica allora nella realtà molto più di un semplice shift pratico, facilitato dalla tecnologia «social» del momento. Arriva a racchiudere un profondo riesame del proprio «essere impresa» prima ancora di incontrare il mercato e focalizza un punto cruciale della sfida che le organizzazioni si trovano ad affrontare: chiudersi o aprirsi?

Resistere sul fronte dell’«abbiamo sempre fatto così» o mettersi in gioco e misurarsi con la riscoperta di un «sé» collaborativo e comunitario all’interno di un processo di massa? Ridefinire il concetto di giornata, così come di luogo di lavoro; immaginare strutture organizzative adhocratiche anziché gerarchiche; sconvolgere abusi semantici tipici del secolo scorso come team o riunione; sfidare il caos; mettere in discussione anni di leadership cristallizzate; confrontarsi con il perimetro labile di una privacy tutta da reinventare: è arrivato il momento di iniziare a collaborare.

 

 

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