WOBI/day1: alla ricerca della polvere di stelle

martingCala il sipario sul chilometrico palco della prima giornata del World Business Forum di Milano, un palco più adatto forse alle corse di un rocker che alle passeggiate degli influencer, e si porta via il milione di parole dei relatori di oggi snocciolate da sette-speaker-sette agli oltre 2000 spettatori presenti in sala. Il filo conduttore che ha legato gli interventi di oggi – tranne quello di Gerard Schroeder keynote in conclusione di serata che racconta dell’inversione di tendenza della Germania di dieci anni fa (domani sarà André Agassi, come dire un dritto e un rovescio ma tant’è la formula di questi eventi) – è stato forse quello di stressare con modalità e linguaggi diversi eppure, a ben vedere, molto simili la presenza nell’aria di quella polvere di stelle capace di trasformare le opportunità in successo, le possibilità in business.

Lo si percepisce fin dal mattino con l’urlato speech di Tom Peters che dall’alto dei suoi 71 anni suonati, navigatissimo showman del pensiero, scorazza – lui sì come un vero rocker  per il palco neanche fosse Chuck Berry – a incitare la scoperta del senso dietro l’ovvio. “Il miglior mercato è quello in cui sei il migliore a fare una cosa”. Ma va? Eppure… Kevin Roberts mette tutta la sua neozelandesità nel sembrare davvero di un altro mondo, ma i principi che incatena sono tutti carichi di un senso molto comune, molto più di quanto si cerchi di condirli attraverso il loro non senso. Benvenuti (erano gli Anni ’90 però) nel mondo VUCA (Volatile, uncertain, complex, ambiguous) e la ricetta per comandarlo è saper leggere tra le righe usando i codici della comunicazione tradizionali (sorprendi, sposta il centro d’attenzione, ribalta i paradigmi). Al di là di Ainio e Korsten (di cui ho detto in un altro post) e Luke William (deludente sentirlo ancora oggi citare “Facebook è la terza nazione del mondo” e tutte le considerazioni correlate a cascata; forse ci aspettiamo qualche considerazione più interessante a questo livello) l’intervento di Martin Lindstrom, tutto sommato, è quello che ha interessato di più non tanto perché in sé racconti qualcosa di particolarmente nuovo, ma perché si percepisce chiaramente tutta la parte di ricerca (psicologica, sociologica e soprattutto neurologica) esperienziale che sta dietro al suo approccio di marketing. Ne viene fuori uno speech che come gli altri viaggia tra ironia, effetto wow e coinvolgimento del pubblico, ma che narra dell’importante verità del caso e dell’irrazionalità, del Cigno Nero per dirla alla Taleb, fino a ricordare parole come “amore” parte della ragione delle scelte. Compiamo azioni irrazionali eppure prevedibili e gestibili. La comunicazione è una scienza baby e Lindstrom lo spiega in maniera decisamente efficace. Del resto se non approfondissimo queste parole, tutti i ragionamenti fatti (e condivisi dalla platea con ampi cenni di assenso) su imperativi come “partecipazione attiva dei propri clienti in una forma collaborativa” o “capire e coinvolgere i propri clienti come individui piuttosto che come segmenti di mercato” farebbero fatica a trovare un loro contesto di applicazione.

Quella polvere di stelle, quella scossa che appare dietro l’angolo e che tutti sul palco si sforzano di far apparire attraverso un ologramma di parole, di far percepire è una luce che sta dentro il sé delle organizzazioni e delle persone che le governano. Tutto sommato concordo sul fatto che sia davvero dietro l’angolo, ma in realtà, a ben vedere, lo è da sempre. La cosa da capire, a mio avviso, è che non esista una ricetta, una case history replicabile (e oggi lo si è chiaramente percepito) quanto piuttosto la capacità di ognuno di guardare ai propri valori, alla propria cultura, al proprio sé e metterlo in gioco in maniera naturale e “trasparente”. Sembra tanto una vecchia ricetta della nonna che forse vale anche oggi davanti a delegati, guru e precursori del futuro.

La più rilevante risorsa delle imprese? I propri clienti, ça va sans dire. (Lo conferma Peter Korsten dal Wobi)

kostner_okSe c’era bisogno di una riconferma del macro-fenomeno questa nuova edizione degli studi C-centrici dell’Institute for Business Value di IBM, ormai giunta al suo undicesimo anno di fila, ce lo conferma in modo storico, attuale ed inequivocabile. In più, sentirlo dalla viva voce di @peterkorsten live dallo stage del WOBI aiuta a capire ancora meglio lo scenario, visto che quest’anno lo studio è più olistico tanto da comprendere tutto il C-board.
Di certo quell’onda smart e partecipativa che ha s-convolto il nostro modo di relazionarci alimentata e abilitata dal moto sociale (e che forse le città hanno anticipato nella loro necessaria rincorsa ad essere “smart” grazie al coinvolgimento dei cittadini) è un fattore competitivo decisivo con cui le imprese stanno cercando di avere a che fare. Negli ultimi 10 anni la “tecnologia” in senso lato è diventata una voce stabile nel top of mind dei CEO di ogni angolo del pianeta. Ma oltre a questa genericità, cosa si nasconde nei desiderata e nei dubbi di chi ha in mano il cerino della ripresa economica del nostro Paese? Nel CxO study 2013, i ricercatori di IBM hanno scandagliato le opinioni dei cosiddetti C-suite executives, intervistandone 171 in Italia (e confrontadoli con oltre 4000 in tutto il mondo) rappresentanti di diversi settori – pubblici e privati – in oltre 16 industry. E la conferma sembra lampante: il successo delle loro imprese si concentra su tre aree critiche o, come direbbe un bravo conslente, in tre aree di opportunità:

  • Aprirsi alla influenza che i clienti possono avere nelle stesse scelte di business dell’impresa
  • Esplorare e testare dal vivo l’integrazione tra mondi fisici e reali
  • Disegnare customer experience sempre più coinvolgenti

Il salto: da customer-centric a customer-activated

Una fra le tante conseguenze immaginabili dell’iperconnetitvità a cui tutti siamo esposti è sicuramente quella di squarciare progressivamente e sempre meno metaforicamente qualsiasi velo posto tra clienti e imprese. La nuova equazione economica deve fare i conti con la trasparenza (attenzione è un processo a due vie: i clienti sono gli ambasciatori del brand tanto quanto lo sono le persone che lavorano per quel brand). Sempre più C stanno ragionando sul come aprire le loro imprese a una partecipazione attiva dei propri clienti in una forma collaborativa che – ed è qui la novità che lo studio mette in luce e che Korsten sottolinea– va oltre il semplice “aiutatemi a migliorare un prodotto”, ma comincia a considerare il coinvolgimento dei clienti nel disegno partecipato della strategia di business dell’azienda. I C italiani, addirittura, mettono i propri clienti al secondo posto subito dopo I loro colleghi del board, ma prima di tante altre funzioni che fino a poco tempo facevano parte degli eletti a decidere del futuro. E il fatto che dopo soli 12 mesi il 56% dei CEO italiani intervistati pensi di aprire il sipario delle proprie organizzazioni così da abilitare collaboratori e clienti rispetto al 44% di un anno fa, la dice lunga sull’urgenza del trend. Accettare i clienti come stakeholders nel definire il futuro di una impresa ha un’enorme impatto sulla cultura di una impresa e ovviamente sulla sua organizzazione. Questo modo di fare business non può più semplicemente essere cliente-centrico come dicevamo fino a qualche tempo fa, ma deve essere attivato-dal-cliente, cosa che richiede un ridisegno completo della relazione impresa-cliente. Significa, secondo Kotler, essere pronti e “soprattutto volere cambiare i percorsi di relazione per seguire quei sentieri capaci di creare un valore mutuale”. Significa in altre parole trovare nuovi modi per includere i clienti a partecipare alle decisioni chiave del proprio business.

Quell’integrazione di cui tanto si parla (e poco si fa)

L’unione (o, meglio dire, la collaborazione) fa la forza. Se ne sono accorti circa il 60% dei CxO intervistati che adesso coinvolgono i partner nel tentativo di creare un valore di business condiviso. E quasi la metà introduce fattori di innovazione pescandoli da risorse esterne. Inoltre, l’intersezione tra fisico e digitale sta diventando sempre più velocemente una delle chiavi di misura dell’innovazione. Il processo di interazione multicanale è nel pieno di una totale rivoluzione tanto che i CMO sono i primi a rendersi conto di quanto una strategia digitale sia non solo necessaria, ma indispensabile. Eppure…oggi solo un terzo delle organizzazioni intervistate ha in essere una strategia fisico-digitale senza soluzione di continuità. A cosa è dovuta questa dicotomia? Ovviamente proprio da quella componente che implica la maggior opportunità, ma anche la maggiore difficoltà di interpretazione perché ha a che fare, come avevamo scritto qualche tempo fa, con una dimensione profonda delle persone, il “sé”. La componente sono i social media. La domanda – sbagliata – che le organizzazioni ancora si fanno è “come, quando, dove” introdurre i social media nel flusso della attuale strategia digitale dimenticandosi spesso il “perché” ovvero facendo fatica a capire quale ritorno dell’investimento e soprattutto non percependo ancora che l’interazione sociale non è un canale da aggiungere banalmente agli altri, ma è una componente non tanto di contatto, quanto di relazione.

I social, un buco nero (pieno di luce)

Oltre la metà dei CxO intervistati riconosce un nuovo imperativo: capire e coinvolgere i propri clienti come individui piuttosto che come segmenti di mercato e, guardando al di là del proprio orticello, ogni membro del board vuole essere in qualche modo coinvolto nel gestire la customer experience. Come farne a meno del resto se sempre più organizzazioni spostano il proprio asse dall’offrire cose a condividere esperienze? E i canali digitali sono proprio lì apposta: in un anno i CEO fan della relazione con i propri clienti via digitale sono passati dal 16% del 2012 al 51% del 2013. Parliamo dei i CEO eh, mica deii market-comunicazionisti. Ancora una volta, però, nonostante tutte le inziative per migliorare la propria customer experience il social restano una opportunità incolta. Tutti ne percepiscono la profonda e abbagliante sorgente di luce (spesso positiva), ma sbalordisce come questa luce non si sia ancora integrata nel metabolismo delle imprese. Ad esempio, l’ossimoro: il 31% dei CXO ammette di “capire” poco i propri clienti mentre (il 69%) di ambire a conoscerli meglio. E quindi? Non sono forse i social media, ad esempio, una base di conoscenza e informazione straordinaria sulla quale esercitare la nobile e antica arte dell’ascolto, oggi facilitata dal cognitive computing che abbinato agli analytics ci permette di capire, intepretare agglomerare, classificare.

Il momento è ieri

Sembra fin scontato dire che il fattore tempo rivesta una importanza cruciale. Non tanto perché prima si indirizzano le proprie scelte strategiche prima si potrà trarre vantaggio dalle proprie scelte (o capire i propri errori e correggerli), ma anche perché soprattutto oggi, se si sposa il paradigma dell’impresa customer-activated allora bisogna saper viaggiare al tempo dei clienti. Che inevitabilmente sono un passo avanti. E quindi in una posizione di favore per aiutare le imprese a velocizzare il proprio cammino. Basta una sola cosa: attivarli (in modo coerente, corretto, consapevole) come motore della nostra stessa innovazione.

I diritti d’autore del #collavorare? Adesso sono in Africa.

Lo avete deciso voi: i diritti di Lavorare o Collaborare? sono arrivati fin dove avevate scelto arrivassero: a Cissin in Burkina Faso.  Ci sono arrivati grazie all’impegno di @luca_iotti, @267us e di tutto lo staff di Bambini nel Deserto. Questo è l’ultimo (o il primo?) atto di tutto il percorso che abbiamo fatto assieme nel nome del #collavorare. La cerimonia di consegna del ricavato è testimoniata qui sotto. Io posso confessare di aver pianto. Ma riguarda me.  Merci à moi? Mais non, je vous remercie! 

Di cosa sono fatte le smart city?

intelligenzadavivdereDopo aver partecipato alla presentazione del progetto LAK sono stato intervistato dal mensile Friuli Business – speciale domotica sui temi della domotica applicata alle smart city e sugli scenari di sviluppo di queste tecnologie applicate ai contesti di protezione sociale (anziani, disabili). Una intervista nata sulla scorta del progetto di Bolzano Abitare Sicuri e della sua possibile evoluzione sistematica a partire dalla cucina come ambiente sociale per eccellenza e quindi centro perfetto per una logica che va ben oltre la semplice domotica intesa come comando intelligente, ma che implica – come avevo già descritto qualche tempo fa – una prevenzione degli eventi attraverso l’analisi dei dati e dei comportamenti delle persone.

…and the winner is: Cissin!

Fa sempre piacere pronunciare la frase di rito, soprattutto quando si parte per fare le cose, anziché solo premiarle. Con Alessia (@267us) questa mattina abbiamo fatto la nostra riunione di chiusura di questa prima fase, analizzato i voti e – questa volta senza ombra di dubbio – assegnato all’Orfanotrofio di Cissin la palma di vincitore. Cosa significa in pratica? Ce lo racconta Alessia:

Il 9 agosto parto e subito il 10 sera si festeggerà a Cissin: non vedo l’ora! Una grande cena è già in programma: ci saranno tutti gli amici di BnD, locali e italiani, coinvolti nel grande progetto. A Cissin, infatti, stiamo ristrutturando l’orfanatrofio per i 175 bambini ospitati. In alcune classi della scuola del quartiere (una delle zone di Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso) stiamo sperimentando con successo un nuovo metodo per insegnare loro a leggere e scrivere, in collaborazione con il Ministero dell’Educazione. E con l’aiuto di molti donatori – e ora anche grazie a Nicola e agli amici che hanno scelto i piccoli di Cissin come destinatari dei diritti d’autore del suo libro – sosteniamo gli studi di questi bambini. Consegnerò personalmente la donazione di Nicola al pastore Abel, il direttore della scuola. Spero di riuscire a mandarvi in diretta qualche foto di una serata che sarà davvero speciale… promesso!

Basta parole, ne ho davvero usate troppe, ne manca solo una: grazie (a tutti voi per il supporto, i voti, i retweet / ad Alessia – a cui facciamo gli auguri – per il suo straordinario impegno / a BND per tutto l’incredibile lavoro che fanno ogni santo giorno su questo pianeta).

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Votate la fase due: adesso parliamo di progetti.

Anzitutto lasciate che vi ringrazi per la partecipazione, i commenti, i suggerimenti e naturalmente i voti dati alla fase uno della selezione per assegnare i diritti d’autore di Lavorare o Collaborare? a Bambini nel Deserto. A guardare il risultato finale evidentemente non ero il solo ad essere indeciso-:) Dopo un mese di votazioni avete dato le stesse preferenze a Istruzione e Sviluppo economico generando un ex-equo.

Allora vi chiedo un ultimo aiuto: d’accordo con Luca e Alessia abbiamo selezionato tre progetti. Uno di microcredito, uno di istruzione e uno multisettore che include entrambe le categorie precedenti in modo da darvi la possibilità di decidere sui fatti anziché sulla teoria e aiutarvi a scegliere sulle cose piuttosto che sui concetti. Tutti e tre i progetti scelti avranno luogo in Burkina Faso e saranno seguiti direttamente da Alessia. Ed ecco a voi i tre candidati:

AGR

AGR

Avvio di una cooperativa femminile per AGR (Attività Generatrici di Reddito): attraverso la concessione di un microcredito verrà dato sostegno a un’iniziativa imprenditoriale di donne dedite alla produzione o commercializzazione di prodotti locali. (Destinazione precisa potrà essere data nel corso della nostra prossima missione nel mese di agosto).

Orfanotrofio di Cissin

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Sostegno a Distanza per tre bambini dell’orfanatrofio di Cissin (Ouagadougou): la donazione coprirà i costi perché i bimbi possano frequentare per ben tre anni la scuola elementare.

Garage Italia

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Garage Italia: ambizioso e innovativo progetto di formazione professionale per giovani meccanici di moto: la donazione contribuirebbe a un progetto di grande dimensione a favore di una delle fasce più deboli della popolazione, i giovani senza istruzione.

Adesso tocca di nuovo a voi. Votate grazie! (chiuderemo il polling il 25 luglio per permettere ad Alessia di provare ad avviare subito il progetto vincitore).

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Siamo davvero sicuri di conoscere i nostri clienti? E se la loro vita digitale fosse indipendente dal loro “sé”? Ci interessa sapere che cosa le persone comprano o perché le persone comprano?

Recalcitranti, eppure. Incorruttibili, eppure. Indisponibili, eppure. Eppure, cediamo. Adesso tocca a noi metterci in mostra. Senza filtri così come mamma ci ha fatto. Pare proprio impossibile farne a meno: impossibile mimetizzarsi in questa rivoluzione del racconto del sé che Cotroneo paragona a quella sessuale degli Anni ’60. Stimolati dall’urgenza frenetica proposta da una generazione di esibizionisti digitali che ininterrottamente spalma il proprio profilo dovunque sia possibile, iscrivendosi di getto a qualsiasi cosa richieda una login, «diluendo volontariamente il proprio senso di sé e il proprio ego, riempiendo internet di più informazioni possibili al riguardo» noi, i consumatori, transitiamo senza soluzione di continuità dalle vetrine a Windows. Dal desk al desktop. Dai tabulati ai tablet. Sempre di dati si tratta. Solo che questi dati sono accompagnati dalla scia silenziosa e al tempo stesso rumorosissima del proprio – appunto – sé.

Come dice perfettamente Zapelli: “In questo modo l’identità di sé, che si costruisce nella propria rappresentazione, si modula su condizioni e contenuti che non sono estratti dalla propria esistenza, che si sviluppano indipendentemente da ciò che si vive e si può vivere. Si è verificato un alleggerimento del fardello ingombrante che vincolava l’essenza di ciò che siamo all’esistenza di ciò che viviamo”. E quindi finalmente leggeri, liberati salvificamente da ogni pregiudizio morale verso le false necessità ci esprimiamo in un universo popolato di benvenuti intrusi, famosissimi sconosciuti, effimere passioni, affollatissime solitudini, utilissime inutilità compensando agevolmente la crescente indisponibilità economica con la convenientissima presenza. Commentiamo, votiamo, registriamo, linkiamo e likiamo, protestiamo, coinvolgiamo. Non costa nulla. Siamo un fiume in piena fatto da una massa apparentemente informe e invece individua(bi)le, distinguibile e binaria. La rincorsa alla ridefinizione (o alla conservazione) dell’individuo – imperativo del marketing sociale di oggi, ma già dogma di Jaques Tati 50 anni fa quando era tra i primi a percepre l’alienante annullamento dell’identità davanti al televisore – sembra trovare sfogo nelle briciole di bit lasciate per strada dal nostro cammino.

Tuttavia quanto questo “individuo” coincida con il nostro “sé” è ancora da chiarire, perché come dice bene Coupland: «essere un individuo comporta una gran mole di lavoro e gran parte degli esseri umani non è necessariamente tagliata per essere un individuo ed è molto più felice dispersa all’interno di un ambiente collettivo o di un sistema fideistico che esclude l’individuo”[1]. E non è una questione da poco per chi su questo panorama-target sta costruendo le proprie strategie di business. Così come non lo è per tutti i piazzisti di spazi digitali ossessionati dal vendere profili ai suddetti compratori e quindi a sostenere la validità intrinseca di quei profili (e di tutte le teorie di ROI correlate). Perché questa dicotomia? Perché la consapevolezza individuale del sé da un lato esalta gli ormoni dell’affermazione dell’io, dall’altro si scontra con la consapevolezza dello stare separando ciò che siamo da ciò che viviamo. Consapevolezza che si manifesta nel lungo percorso sul proscenio  digitale e – si badi bene – non riguarda solo la paura della violazione “Prism-atica” della propria sfera personale, anzi è soprattutto una paura più estetica e superficiale dell’essere identificati e giudicati per “quel” sé anziché per il mio vero “sé”. Quella differenza, appunto tra “ciò che siamo e ciò che viviamo”.

Durante un intervento al Politecnico di Milano, davanti a una platea di ventitré/ventiquattrenni pronti a discutere la tesi ovvero pronti idealmente a gettarsi nel girone dei cercatori di un lavoro, facevo notare alla platea una cosa, almeno a me tanto ovvia quanto evidente: i cacciatori di teste, i valutatori, chiunque stesse selezionando qualcun altro per una posizione avrebbe scandagliato, prima di un qualsiasi colloquio vis-a-vis, la vita digitale del candidato. Apriti cielo. Si è innescato un dibattito di oltre un’ora su quanto questa pratica fosse superficiale, dozzinale, grossolana. Come a dire: “come mai potranno sapere chi sono davvero valutando il mio profilo digitale? Come potranno giudicarmi dal come (digitalmente) vivo anziché dal come sono. Cosa interessa loro se ho dato un like alla scuola di danza della fidanzata o alla pesca subaquea”. (Dico: “Ma ti piace la pesca subacquea?”. Risponde “Sì”. Rispondo “E allora cosa hai paura di nascondere?”).

 Tra le tante citazioni che si potrebbero fare sul tema dell’immagine e della reputazione sociale prendo questa di Branson: «Giacca e cravatta in un ufficio sono solo un tipo di uniforme in un’arena dove le uniformi non sono più di alcuna utilità. In origine, probabilmente, giacca e cravatta erano il segno di chi poteva comprare (e mantenere) un pezzo di tessuto piuttosto costoso. Ora, però, in una cultura fortemente individualizzata e interconessa, i vostri risultati parlano da soli, online. La giacca e la cravatta sono evidentemente un anacronismo»[2]. Ma al di là di questa tutto sommato ovvia considerazione di Mr. Virgin (che tuttavia non so quanto Briatore capirebbe/sposerebbe) emerge la difficoltà del mantenere e gestire il proprio sé pubblicamente ed ad accettare il gioco che ci piace tanto quando lo giochiamo sulla sfera della vita digitale e che tanto ci spaventa non appena penetra la sfera dell’essere digitale. C’è da fare, a mio avviso, una chiara considerazione anagrafica: solo chi ha passato il quarantesimo parallelo di vita ha conosciuto quella stagione in cui se proprio non ha capito chi è, almeno ha capito chi non è e questo è un grosso aiuto a non vergognarsi del proprio sé e ad accettarlo in quanto tale senza eccessivi patemi. Peccato che gli over quarantenni non siano il target primario a cui i brand rivolgano la loro attenzione. Antonio Campo dall’Orto[3], pro domo sua visto che li vede come target a cui vendere qualcosa, li chiama «Millenials», li racconta come appartenenti a nuclei familiari benestanti e aperti perché gli fa comodo pensare che saranno naturalmente ricchi per poter pagare i brand che investiranno a suon di spot nelle sue televisioni. Secondo lui «elimineranno dal vocabolario la parola fallimento, sostituendola con successo, da ottenere grazie ad arguzia e intelligenza. Una generazione smart&fun».

Questi ragazzi, alla fine del mio intervento, li ho visti ossessionati – letteralmente – dall’andare il prima possibile a ripulire i propri profili (come se fosse davvero possibile) da pesche subacquee varie e like dati ad-minchiam a personaggi, eventi, storie magari non proprio edificanti. Li ho davvero spaventati eppure questo è il gioco che stiamo giocando. Quei like dati sono gli stessi che riceviamo in cambio per le nostre storie, le nostre fotografie, i nostri video. Come dice Cotroneo, «si è aperto un luogo di ascolto a cui nessuno potrà più rinunciare se non rinunciando a una parte importante di sé stesso»[4]. Cosa ci spaventa al punto dal farci sentire così in imbarazzo? Forse che non ci rappresentano davvero? E dunque: è la nostra vita o siamo noi? E cosa interessa al marketing? Il prodotto o il packaging? Il contenuto o il contenitore? Il sé o la sua rappresentazione? Io credo che la vera risposta sia evidente, ma nonostante quanto si voglia credere alle eccezionali prospettive offerte dalla dimensione sociale-digitale nella sua più ampia accezione non credo si sia ancora così vicini dall’avere quel sé impacchettato in una informazione pret-a-porter a disposizione per fare uno salto qualitativo nel dialogo con i nostri clienti/consumatori/end-user.

Per il momento ci dobbiamo accontentare di una sua, seppur sofisticata, rappresentazione fatta da una gustosa insalata di pattern, serie storiche, sentiment e analytics di varia ricchezza, profondità, accuratezza farciti di quei like-ad-minchiam di cui sopra ancora apparentemente ben lontani dal sé. Che potrebbe essere più che sufficiente agli scopi e alle tecniche attuali di marketing. Ma provate a seguirmi per un secondo: quando volete trattare un acquisto importante vi basta il rappresentante dell’azienda o volete parlare con il titolare? E allo stesso modo, quando voleste stringere un legame di fiducia serio con un vostro cliente, vi basterebbe parlare con il suo rappresentate o vorreste trattare con lui in persona? Distinguere il sé dal rumore di fondo prodotto dalla sua rappresentazione potrebbe essere la prossima sfida del marketing.
E non è detto che si riesca a vincerla tanto facilmente.

Aiutatemi a scegliere: votate la fase uno!

Se avete letto “Lavorare o Collaborare” saprete che ho scelto di destinare i diritti d’autore alla ONG Bambini nel Deserto. Qualche giorno fa il presidente Luca Iotti (@luca_iotti) e Alessia Uslenghi (@267us) mi hanno chiesto a quale progetto destinare questa cifra. Onestamente non ho saputo rispondere: ognuno dei loro progetti ha una urgenza necessaria da rendere la scelta, almeno a me, impossibile . Ma una scelta va fatta e allora vorrei condividere con voi questa responsabilità. Aver letto il libro non è certo una condizione obbligatoria, se siete arrivati fin qui votate! In più credo che a Bambini nel Deserto possa comunque essere molto utile sapere come la pensiate. Questa è la fase uno e durerà fino al 30 giugno: votate e aiutatemi a definire il settore di intervento, una volta scelto vi chiederò ancora una mano per scegliere il progetto all’interno di quel settore.

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